I percorsi mininvasivi rappresentano oggi la prima scelta per la maggior parte delle patologie vascolari, venose e arteriose. Si tratta di procedure eseguite in anestesia locale, attraverso piccoli accessi percutanei, sotto guida ecografica, che permettono di trattare il distretto vascolare interessato dalla patologia senza le incisioni chirurgiche tradizionali.
Il vantaggio principale di queste tecniche è la possibilità di avere un decorso post-operatorio molto più rapido e confortevole rispetto alla chirurgia open: il paziente cammina subito dopo la procedura e torna alle proprie attività quotidiane in tempi brevi.
La scelta della tecnica più adatta dipende dal tipo di patologia, dalla sede e dall’estensione del problema vascolare, oltre che dalle caratteristiche cliniche del singolo paziente. Il Dr. Ardita seleziona il percorso terapeutico più appropriato al termine di un accurato iter diagnostico strumentale.
L’ablazione termica endovenosa a radiofrequenza è la tecnica mininvasiva di riferimento per il trattamento delle vene varicose secondarie ad insufficienza della vena grande (VGS) o piccola safena (VPS). Attraverso una minima puntura cutanea sotto guida ecografica, viene inserito nella VGS o VPS un sottile catetere che rilascia energia termica mediante radiofrequenza: il calore generato provoca la contrazione del collagene della parete venosa e la chiusura definitiva del vaso, che viene progressivamente riassorbito dall’organismo.
La procedura si esegue in anestesia locale tumescente, dura mediamente 20–40 minuti ed è ambulatoriale. La procedura può essere associate alla rimozione di contestuali varici mediante delle microflebectomie. Il paziente cammina subito dopo il trattamento e può riprendere le normali attività già dal giorno successivo, indossando una calza elastica compressiva per le 2-3 settimane seguenti.
L’embolizzazione è una procedura mini-invasiva utilizzata per chiudere selettivamente vasi sanguigni anomali o responsabili di patologie vascolari come il Varicocele pelvico o testicolare. Mediante un accesso percutaneo ecoguidato (vena basilica, vena femorale) e sotto guida radiologica, il medico introduce un sottile catetere nelle vene interessate e rilascia piccole spirali metalliche (coil) e/o agenti sclerosanti (scleromousse) che provocano l’occlusione selettiva del vaso, interrompendo il reflusso venoso responsabile dei sintomi.
L’intervento è generalmente rapido, non richiede incisioni chirurgiche e permette un recupero veloce, con un basso rischio di complicanze.
Sotto guida ecografica, il medico introduce, mediante un sottile ago, un agente sclerosante miscelato con aria o gas fisiologico, ottenendo una schiuma stabile (scleromousse). Grazie alla sua consistenza, la schiuma aderisce efficacemente alla parete interna della vena, sostituendo temporaneamente il sangue presente nel vaso e favorendo un contatto prolungato con l’endotelio. Questo determina una reazione controllata della parete venosa che porta alla chiusura del vaso e, nel tempo, al suo progressivo riassorbimento da parte dell’organismo. Questa tecnica è particolarmente indicata per condizioni come varici degli arti inferiori e varici pelviche, offrendo un approccio preciso e mirato, senza necessità di chirurgia tradizionale.
Il recupero è generalmente rapido e il rischio di complicanze contenuto.
Questa tecnica consente di agire in modo preciso sulle vene patologiche, migliorando la circolazione e riducendo dolore e congestione pelvica. L’intervento non richiede incisioni chirurgiche, viene eseguito in anestesia locale e permette un recupero generalmente rapido, con un basso rischio di complicanze.
La scleroterapia consiste nell’iniezione, all’interno del vaso da trattare, di una sostanza sclerosante in forma liquida o di schiuma. La sostanza determina un’infiammazione controllata della parete venosa che ne provoca la chiusura e il successivo riassorbimento. È la tecnica d’elezione per il trattamento di varici di piccolo e medio calibro, vene reticolari e capillari degli arti inferiori, ed è spesso utilizzata in associazione ad altre metodiche mininvasive. Non richiede anestesia e permette il rientro immediato alle attività quotidiane.
La scleroterapia dei capillari è un trattamento medico-estetico che prevede l’iniezione di una soluzione sclerosante all’interno dei piccoli vasi patologici, determinandone la progressiva chiusura e il successivo riassorbimento da parte dell’organismo.
È importante sottolineare che la scleroterapia non consiste in un singolo trattamento, ma in un percorso terapeutico articolato in più sedute, il cui numero varia in funzione dell’estensione della patologia, del calibro dei vasi e della risposta individuale del paziente. L’obiettivo è ottenere un miglioramento progressivo dell’aspetto degli arti inferiori, piuttosto che l’eliminazione completa di tutti i capillari.
Al termine di ogni seduta è consigliata l’applicazione domiciliare di pomate a base di sostanze chelanti il ferro, utili a favorire il riassorbimento dei depositi di emosiderina e a ridurre il rischio di pigmentazioni cutanee residue. Durante l’intero ciclo di trattamento e per almeno un mese dopo l’ultima seduta è inoltre raccomandato evitare l’esposizione diretta al sole e a lampade abbronzanti, poiché i raggi ultravioletti possono favorire la comparsa o la persistenza di discromie cutanee.
I risultati della scleroterapia non sono immediati. I capillari trattati vanno incontro a un graduale processo di chiusura e riassorbimento che richiede settimane o mesi. In media è possibile ottenere un miglioramento di circa il 70% della rete capillare visibile, pur essendo necessario considerare che la comparsa di nuovi capillari nel tempo è legata alla predisposizione individuale e all’evoluzione della malattia venosa. Nei casi più estesi o complessi, il risultato estetico definitivo può essere apprezzato anche a distanza di 12-24 mesi, dopo il completamento del ciclo terapeutico e il completo riassorbimento delle alterazioni vascolari e cutanee.
La complicanza più frequente è rappresentata dalla comparsa di pigmentazioni cutanee (macchie bruno-grigiastre) dovute al deposito di emosiderina conseguente alla degradazione del sangue all’interno dei capillari trattati. Nella maggior parte dei casi tali pigmentazioni tendono a regredire spontaneamente nell’arco di alcuni mesi, senza necessità di ulteriori interventi. Solo in una minoranza di pazienti, quando le macchie persistono nel tempo, può essere indicato ricorrere a trattamenti specifici, quali creme depigmentanti, sostanze chelanti il ferro, peeling chimici o trattamenti laser, in base alla valutazione clinica dello specialista.
Il posizionamento di endoprotesi vascolare (stent graft) è la tecnica endovascolare utilizzata nel trattamento degli aneurismi dell’aorta addominale (EVAR) e toracica (TEVAR). Attraverso un accesso femorale, l’endoprotesi viene posizionata all’interno del vaso malato sotto guida radiologica, escludendo la sacca aneurismatica dal flusso sanguigno senza necessità di aprire l’addome o il torace.
Rispetto alla chirurgia open tradizionale, l’EVAR/TEVAR comporta un decorso post-operatorio nettamente più rapido, con degenze ospedaliere ridotte a pochi giorni.
L’indicazione a questo tipo di trattamento deve tuttavia rispettare determinante condizioni cliniche ed anatomiche del paziente.
L’angioplastica percutanea transluminale (PTA) consiste nella dilatazione, tramite un catetere a palloncino, di un tratto arterioso o venoso ristretto o occluso, allo scopo di ripristinare un flusso sanguigno adeguato. La procedura viene eseguita per via percutanea, generalmente attraverso un accesso femorale, senza incisioni chirurgiche.
È la tecnica di prima scelta nel trattamento dell’arteriopatia periferica degli arti inferiori e trova impiego anche nel trattamento delle ostruzioni venose croniche come nella sindrome post-trombotica.
Quando la sola dilatazione con palloncino non garantisce un risultato duraturo, l’angioplastica viene completata con il posizionamento di uno stent, una struttura metallica a maglie, che mantiene pervio il vaso trattato nel tempo.
L’interventistica endovascolare degli arti inferiori ha conosciuto un’importante espansione con l’introduzione di palloni a rilascio di farmaco (drug-coated balloons, DCB), stent medicati (drug-eluting stents, DES), stent autoespandibili in nitinolo di nuova generazione, stent ricoperti (covered stents) e dispositivi per aterectomia e modificazione della placca. La scelta del dispositivo è oggi guidata dalle caratteristiche della lesione (lunghezza, calcificazione, sede anatomica) con l’obiettivo di ridurre la restenosi, migliorare la pervietà a lungo termine e preservare future opzioni terapeutiche.
Nell’ambito carotideo il trattamento endovascolare della patologia carotidea si è evoluto grazie all’introduzione di stent di nuova generazione, caratterizzati da design a celle aperte, chiuse o ibride, e di sistemi di protezione cerebrale sempre più efficaci, sia prossimali che distali. L’innovazione tecnologica è orientata a ridurre il rischio di embolizzazione cerebrale peri-procedurale e a migliorare l’adattabilità del dispositivo alle differenti caratteristiche anatomiche della placca e del vaso.
Il trattamento endovascolare dell’ostruzione venosa iliaco-cavale ha registrato un notevole sviluppo grazie alla disponibilità di stent venosi dedicati, progettati per garantire elevata forza radiale, resistenza alla compressione estrinseca e adeguata conformabilità alle curvature anatomiche. Tali dispositivi hanno migliorato significativamente gli esiti nel trattamento delle sindromi compressive, delle stenosi post-trombotiche e delle ostruzioni croniche, con elevati tassi di pervietà e miglioramento dei sintomi.
La tromboendoarteriectomia carotidea (TEA carotidea) rappresenta il trattamento chirurgico di riferimento per la stenosi aterosclerotica della biforcazione carotidea. La procedura consiste nell’esposizione della carotide comune, interna ed esterna mediante un’incisione laterocervicale, seguita dal clampaggio dei vasi e dall’arteriotomia longitudinale. Successivamente, la placca ateromasica viene accuratamente dissezionata e rimossa insieme all’intima patologica, ripristinando il lume vascolare e il normale flusso ematico cerebrale.
La ricostruzione dell’arteria viene generalmente eseguita mediante chiusura con patch di ampliamento, utilizzando materiale sintetico o biologico, al fine di ridurre il rischio di restenosi e complicanze locali; in casi selezionati può essere eseguita un’endoarteriectomia per eversione.
Numerosi studi randomizzati e le principali linee guida internazionali hanno confermato la TEA carotidea come il gold standard per il trattamento della stenosi carotidea sintomatica e, in pazienti accuratamente selezionati, anche di quella asintomatica, garantendo un’efficace prevenzione dell’ictus ischemico con eccellenti risultati a lungo termine.